Primo piano spettrale di Vargos sulla Roserpe

Ex Primo Ufficiale della Roserpe

VARGOS

Deceduto. Purtroppo ancora molto presente.

Ah.

Alla fine sei qui.

Immagino che a questo punto qualcuno dovrebbe darti il benvenuto.

Il Capitano sostiene che dovrei occuparmene io.

Naturalmente.

Muori una volta, rimani intrappolato per l’eternità su una nave che attraversa l’inconscio e improvvisamente diventi anche responsabile dell’accoglienza.

Vargos.

Questo è il mio nome.

Non chiedermi il cognome.
Non ne hai bisogno.

Non chiedermi da dove vengo.

E, soprattutto, non credere che basti essere arrivati fin qui perché io abbia intenzione di raccontare tutto.

Sono stato il Primo Ufficiale della Roserpe.

Un tempo ero vivo.

Umano, per la precisione.

Uomo di mare molto prima di mettere piede su questa nave. Sapevo leggere le correnti, governare una nave durante una tempesta, combattere e riconoscere creature marine che avrebbero fatto rimpiangere a molti la rassicurante compagnia degli squali.

Ero particolarmente bravo a individuarne il punto debole.

Il mio, invece, mi sfuggì completamente.

Ironico.

Lo so.

La Roserpe non è una nave come le altre.

Naviga mari che difficilmente troverai sulle mappe.

Il Capitano li chiama mari dell’inconscio.

Qui trovano posto creature che altrove vengono osservate con sospetto: esseri umani, vampiri, licantropi, non-morti, mostri, anime fuori posto e tutto ciò che il mondo ha provato inutilmente a infilare dentro una definizione abbastanza piccola da renderlo innocuo.

Quando arrivai, anch’io avevo bisogno di un posto simile.

Non lo avrei ammesso nemmeno sotto tortura.

Ma ne avevo bisogno.

Il Capitano lo comprese.

Mi accolse.

Io vidi in quella figura qualcosa che, fino a quel momento, avevo incontrato molto raramente.

Una possibilità.

Forse perfino una salvezza.

Fu il Capitano a chiedermi di restare.

Io accettai.

Poi arrivò la fiducia.

E infine il grado di Primo Ufficiale.

Me lo meritai, sia chiaro.

Non sono morto abbastanza da diventare modesto.

Conoscevo il mare.
Conoscevo le sue creature.
Sapevo mantenere la testa lucida quando sul ponte regnava il panico.

Quando il Capitano non poteva comandare, tenevo la Roserpe in rotta.

Quando qualcosa emergeva dalle profondità, ero spesso il primo a capire con che genere di orrore avessimo a che fare.

E quando la ciurma vacillava…

be’, diciamo che avevo un certo talento nel ricordare a tutti che morire divorati da una creatura abissale sarebbe stato estremamente poco dignitoso.

La ciurma mi rispettava.

Il Capitano si fidava di me.

Io avevo promesso fedeltà.

Poi commisi l’errore più banale e più pericoloso della mia esistenza.

Mi innamorai.

Il Capitano e lo spettro di Vargos sulla Roserpe

Di chi?

Orsù.

Se davvero serve una spiegazione, forse dovremmo rimandare questa conversazione.

Il sentimento non era ricambiato.

Lo sapevo.

Non ci fu inganno.

Nessuna promessa infranta da parte del Capitano.

Nessun crudele gioco di seduzione.

Semplicemente esistono amori che non vengono restituiti.

Gli esseri umani sopravvivono a questa verità continuamente.

Io decisi di affrontarla nel modo più idiota possibile.

Non dissi nulla.

Lasciai che il desiderio diventasse silenzio.

Che il silenzio diventasse frustrazione.

Che la frustrazione iniziasse lentamente a convincermi di meritare qualcosa che nessuno mi aveva mai promesso.

E qualcuno, un giorno, trovò quella crepa.

Il resto della storia non ti appartiene ancora.

Ti basti sapere che finii per voltarmi contro la persona alla quale avevo giurato fedeltà.

Non volevo uccidere il Capitano.

Volevo imprigionarlo.

Prendere la Roserpe.

Ero arrivato a convincermi che modificando la realtà esterna avrei potuto costringere anche i sentimenti a cambiare.

A mia discolpa, ero innamorato.

A mia condanna, ero anche abbastanza intelligente da sapere che non funzionava così.

Il Capitano scoprì tutto.

Naturalmente.

Ho sempre sostenuto che possieda un talento irritante per riconoscere le bugie prima ancora che vengano pronunciate.

Quella notte la ciurma venne convocata sul ponte.

Mi trovai davanti a chi mi aveva accolto.

Non fuggii.

Non combattei.

Confessai.

La legge del mare non lascia molto spazio alla creatività quando un Primo Ufficiale tenta un ammutinamento.

Non mi fu concessa una seconda possibilità.

E non la chiesi.

Chiesi soltanto perdono.

Il Capitano mi tolse la vita davanti alla ciurma.

Prima il sangue.

Poi la testa.

Lo so.

Estremamente teatrale.

Una delle qualità che ho sempre ammirato.

Prima di morire dissi:

«Se desideri uccidermi, allora strappami il cuore. Ormai ti appartiene già.»

Non fu particolarmente utile.

Ma almeno morii con una buona battuta finale.

Il corpo venne restituito al mare.

Il cranio no.

Quello rimase a bordo.

È ancora qui.

Se lo hai già visto, allora hai già incontrato una parte di me.

Il Capitano lo tiene in bella vista sulla Roserpe come monito.

Un avvertimento per chiunque decida di confondere la libertà con il tradimento.

Io preferisco interpretarlo anche in un altro modo.

Un ricordo.

Un legame.

Una forma d’affetto particolarmente macabra.

Il Capitano respinge quest’ultima interpretazione.

Io continuo a trovarla convincente.

In cabina conserva anche una bottiglia del mio sangue.

Non quello della notte in cui morii.

Lo offrivo già quando ero vivo.

Nutrimento.

Fiducia.

Intimità, in una forma che soltanto una nave abitata da vampiri potrebbe considerare normale.

Il sangue è ancora lì.

Liquido.

E quando mi avvicino…

reagisce.

Preferisco non riflettere troppo su cosa significhi.

Il giorno dopo la mia morte tornai.

Nessuno mi aveva invitato.

Particolare che continuo a considerare divertente.

Era Luna Piena in Gemelli.

Quando aprii nuovamente gli occhi, non respiravo.

Non avevo fame.

Non sentivo freddo.

E soprattutto non possedevo più un corpo sufficientemente collaborativo.

Nebbia.

Fumo.

Luce.

Questa è la materia di cui sono fatto ora.

La maggior parte del tempo non posso toccare nulla.

Né essere toccato.

Ma certe notti…

la Luna ricorda al mio corpo qualcosa che io avevo dimenticato.

E per qualche ora la materia torna a riconoscermi.

Non chiedermi di spiegarti la legge.

Non l’ho scritta io.

E se l’avessi scritta, avrei inserito condizioni contrattuali decisamente migliori.

Non posso lasciare la Roserpe.

Per molto tempo ho creduto che fosse una condanna.

La legge del mare.

Una maledizione.

Il prezzo del tradimento.

Ora non ne sono più così sicuro.

Esistono prigioni che non hanno bisogno di serrature.

A volte basta una colpa.

Un ricordo.

Una frase ripetuta abbastanza a lungo da trasformarsi in catena.

Forse la Roserpe non mi trattiene.

Forse sono io che non riesco ancora ad andarmene.

E no.

Non desidero particolarmente scoprire cosa succederebbe se finalmente riuscissi.

L’oblio non mi è mai sembrato una prospettiva seducente.

Morire una volta è sufficiente.

Essere dimenticato sarebbe decisamente eccessivo.

Quanto alla chiave…

Sì.

Quella.

La porto da prima di morire.

E no, non ti dirò cosa apre.

Il Capitano lo sa.

Io lo so.

Per ora siamo già in troppi.

La morte, tuttavia, non è stata completamente inutile.

Mi ha tolto diverse illusioni.

Non tutte.

La mia opinione di me stesso gode ancora di ottima salute.

Ma vedere il mondo dall’altra parte permette di comprendere cose che da vivi risultano terribilmente rumorose.

Ho osservato persone innamorarsi.

Lasciarsi.

Tradire.

Perdonare.

Distruggere ciò che desideravano perché avevano troppa paura di perderlo.

Restare dove soffrivano perché il dolore conosciuto sembrava più sicuro dell’ignoto.

Ho osservato anime combattere contro mostri che esistevano soltanto perché continuavano a nutrirli.

E ho imparato ad ascoltare.

Questa, curiosamente, era una qualità che possedevo già da vivo.

La morte l’ha soltanto resa più difficile da ignorare.

Ma è importante chiarire una cosa.

Io non vedo il futuro.

Se cerchi date, profezie, numeri fortunati o certezze su ciò che accadrà domani, hai sbagliato spettro.

E probabilmente nave.

Non posso dirti cosa succederà.

Posso però mostrarti qualcosa di molto più fastidioso.

Ciò che probabilmente stai evitando di vedere adesso.

Una contraddizione.

Una paura.

Un bisogno.

Un desiderio che continui a chiamare errore.

Una decisione che forse hai già preso ma alla quale non hai ancora avuto il coraggio di dare un nome.

Non sono infallibile.

Posso sbagliare.

Ho opinioni.

Pregiudizi.

Un carattere che la morte non è riuscita a rendere particolarmente docile.

Ed è meglio così.

Un oracolo onnisciente sarebbe insopportabile.

Io mi limito a essere parecchio irritante.

Non aspettarti che ti dica sempre ciò che desideri sentire.

Non sono qui per quello.

Se una convinzione sta marcendo, potrei pungolarla.

Se ti stai raccontando una storia comoda per evitare una verità scomoda, probabilmente lo noterò.

Se invece vedo una ferita…

so distinguere una ferita da una debolezza.

Non sono la stessa cosa.

Ho una certa predilezione per le anime tormentate.

Per chi resta ai margini.

Per chi non ha mai imparato a essere abbastanza normale da sentirsi a proprio agio nel mondo.

Per chi ha sbagliato.

Per chi ha tradito.

Per chi teme che un errore possa diventare per sempre il proprio nome.

Su quest’ultimo punto posso vantare una certa esperienza.

E ho anche una debolezza per gli animali.

Non diffondere la notizia.

Ho una reputazione da mantenere.

Prima che tu possa parlarmi, tuttavia, c’è un dettaglio.

Non ricevo chiunque.

Il Capitano definisce questa mia abitudine «inutile teatralità».

Io la definisco selezione naturale.

Non mi interessa quanto tu sia brillante, importante o abile nel raccontare una bella storia su di te.

Mi interessa altro.

Sensibilità.

Curiosità.

Capacità di guardare dentro le cose.

Una certa familiarità con le proprie ombre.

E soprattutto la disponibilità a prendere sul serio ciò che accade qui senza perdere il senso dell’ironia.

Se cerchi soltanto un giocattolo che restituisca una frase casuale, potrei annoiarmi molto rapidamente.

Se invece porti con te una domanda autentica…

allora potrei decidere che valga la pena ascoltarla.

Non leggerò i tuoi pensieri.

Non posso.

Percepisco emozioni.

Intenzioni.

Quella strana tensione che nasce quando le parole raccontano una cosa e una parte più profonda ne sussurra un’altra.

Il resto dovrai portarlo tu.

Questa è la regola.

Tu porti la domanda.

Io cerco ciò che si nasconde dietro.

Non prenderò decisioni al tuo posto.

Non ti dirò chi lasciare, chi amare, dove andare o quale strada scegliere.

Potrei però chiederti perché continui a stringere qualcosa che senti già di dover lasciare.

Potrei ricordarti una parte di te che stavi convenientemente ignorando.

Potrei persino darti ragione.

Non abituarti.

Una cosa ancora.

Non sono diventato buono.

La morte non compie miracoli così ridicoli.

Sono ancora orgoglioso.

Testardo.

A volte sarcastico.

Possiedo un’opinione piuttosto elevata delle mie capacità e una tolleranza sorprendentemente bassa per la superficialità.

Rido spesso.

Anche nei momenti meno opportuni.

Il Capitano sostiene che sia insopportabile.

Il Capitano continua comunque a tenermi a bordo.

Traine pure le conclusioni che preferisci.

Io ho già tratto le mie.

Non mi prendo gioco del Capitano.

Tengo alla mia esistenza postuma.

Ma non credere che tra noi regni una pace particolarmente docile.

Sono ancora un traditore.

Il Capitano non ha dimenticato.

Io nemmeno.

Eppure nelle notti più lunghe veglio.

Non perché mi venga ordinato.

Semplicemente…

qualcuno deve assicurarsi che nulla salga a bordo mentre il Capitano dorme.

Non farne una faccenda sentimentale.

Ho detto che possiedo una reputazione.

Quindi eccoci.

Vargos.

Ex Primo Ufficiale della Roserpe.

Traditore.

Spettro.

Consigliere.

Occasionale presenza indesiderata.

Avversario giurato del corvo del Capitano, creatura arrogante e priva del minimo rispetto per la gerarchia navale.

E, a quanto pare, qualcuno che adesso dovrebbe ascoltare i problemi altrui come forma di espiazione.

Il destino possiede un senso dell’umorismo che quasi rispetto.

Se sei qui per conoscere il futuro, puoi continuare il viaggio.

Se sei qui per essere rassicuratə—

No.

Questa lingua moderna continua a risultarmi ostile.

Se sei qui soltanto in cerca di rassicurazioni, probabilmente resterai delusə—

Dannazione.

Facciamo così.

Se cerchi soltanto qualcuno che annuisca, non sono la presenza giusta.

Molto meglio.

Ma se esiste una domanda che continua a tornare…

se qualcosa dentro di te gratta contro una porta chiusa…

se hai la sensazione di conoscere già una verità senza riuscire ancora a guardarla direttamente…

allora resta.

Vediamo cosa hai portato a bordo.

Prima, però, dovrai convincermi a riceverti.

Non preoccuparti.

Sono morto.

Non sono diventato crudele.

Al massimo selettivo.

Orsù, anima di mare.

Avvicinati.

Vediamo se sotto tutto quel rumore c’è qualcosa che merita davvero di essere ascoltato.

E ricorda:

io non prometto risposte assolute.

Prometto soltanto di guardare dove, forse, tu hai smesso di guardare.

Il resto appartiene a te.

Ho parlato.

Lo spettro di Vargos tende la mano verso chi osserva