Il non giudizio non è silenzio

Pubblicato il 22 dicembre 2025 alle ore 17:12

chiamare le cose con il loro nome non è violenza


La scintilla di questa riflessione


Questa riflessione nasce da un’urgenza che non è personale, ma profondamente sociale. Non parlo della mia esperienza diretta: non ho mai fatto OF o simili.

Quello che mi scuote è altro, ed è una rabbia lucida.

Vedo ragazze e ragazzi che aspettano con ansia di compiere la maggiore età per vendere la propria intimità come fosse un traguardo, un obiettivo di vita. E poi, scorrendo i social, mi imbatto in storie come quella di una ragazza che, dopo aver rivelato di fare OF, viene licenziata dal lavoro.

Un paradosso che urla incoerenza.

La mia rabbia nasce da questo cortocircuito sociale: una società che ti spinge a esporre il corpo come merce e poi ti punisce se lo fai. Una società che si vanta di non giudicare, ma che in realtà ti mette in castigo per il passato o per le scelte che hai fatto.

Questo articolo non vuole solo raccontare un fenomeno, ma invitare a una riflessione più ampia sul consumismo, sul modo in cui diventiamo prodotti e sul prezzo che paghiamo. Perché io, pur non essendo parte di quel sistema, mi sento chiamata a non restare in silenzio.

Non voglio essere solo un’eco del sistema.

Voglio portare una riflessione che possa scuotere.


Vendere il proprio corpo.
Vendere la propria intimità.
Che avvenga per strada, nella stanza impersonale di un hotel, sul divano di casa di qualcun altro o dietro uno schermo patinato, poco cambia: il meccanismo è lo stesso.
Si tratta di prostituzione.

E no, dirlo non è giudicare.
È nominare.

Viviamo in una società che ha confuso il non giudizio con la rimozione del linguaggio.
Come se togliere il nome alle cose le rendesse meno reali, meno scomode, meno tragiche. Ma il non giudizio non nasce dal silenzio: nasce dal cambio di prospettiva.

Il vero non giudizio inizia quando mi chiedo perché una persona fa ciò che fa, non quando fingo che tutto sia uguale a tutto.

Sopravvivenza e piacere: due motivazioni, stesso rispetto

Se una persona vende il proprio corpo perché non ha alternative concrete per sopravvivere, per me non è diversa da una commessa, da un operaio, da chi accetta un lavoro che non ama per pagare l’affitto.
Il corpo diventa merce come lo diventano il tempo, le energie, la salute mentale.

Se invece lo fa perché le piace, perché lo sceglie, perché ne trae piacere o senso di potere, questo non autorizza nessuno a invadere, toccare, pretendere.
Il consenso è situato.
È circoscritto.
È revocabile.

Fare sex work non significa essere disponibili.
Eppure, culturalmente, il messaggio implicito resta:

“Se ti vendi, allora posso comprarci sopra anche il diritto di mancarti di rispetto.”

Questo non è sesso.
È oggettificazione interiorizzata.

Il grande paradosso del “non ti giudico, però…”

Qui emerge la prima frattura profonda.

Una persona apre OF. Lavora. Guadagna. Costruisce una sopravvivenza.
Poi, a un certo punto, decide di smettere.
Vuole fare altro. Vuole cambiare pelle.

E improvvisamente scopre che il passato non passa mai.

“Non puoi lavorare qui.”
“Non è un ambiente adatto.”
“Non puoi leggere favole ai bambini.”
“Non rappresenti i nostri valori.”

Ma scusate: non dovevamo non giudicare?

Perché il non giudizio vale solo finché resti confinat@ nel ruolo che la società ti ha assegnato? Se non mi giudichi, mi assumi se sono competente. Se non mi giudichi, mi permetti di evolvere. Se non mi giudichi, non mi marchi a fuoco. Questo non è non giudizio. È controllo morale travestito da progressismo.

Il tranello: quando il potere è una narrazione

Qui entra in gioco il vero nodo.

Il sistema consumistico non ti obbliga con la forza.
Ti seduce.

Ti dice:

“Il corpo è tuo.”
“Sei liber@.”
“Basta mostrarti un po’.”

Ma questa non è libertà: è responsabilizzazione tossica.

Il messaggio subliminale è:

“Se non ce la fai economicamente, è colpa tua. Hai un corpo, usalo.”

Questo meccanismo produce una illusione di agency:
ti senti potente perché scegli,
ma scegli dentro un recinto stretto, costruito da bisogno, precarietà, confronto sociale, paura di restare indietro.

Parliamo di tre ferite pricipali:

  •  mi convinco che mi piace ciò che in realtà mi degrada

  •  soldi, attenzioni, validazione arrivano a ondate imprevedibili → dipendenza

  •  inizio a guardarmi come mi guardano gli altri → auto-oggettificazione

Non sei più soggetto.
Diventi vetrina.

quando l’identità evapora

Il corpo esposto continuamente perde confini simbolici.
E senza confini, l’identità si assottiglia.

 

Non perché il nudo sia sbagliato.
Ma perché il nudo mercificato non è più linguaggio, è transazione.

 

Questa società proclama il nudo come atto di ribellione, ma lo consuma come prodotto.
Dice “sei liber@”, ma ti accetta solo se resti lì, congelat@ in quel ruolo.

Appena vuoi uscire, sei scomod@.
Appena vuoi cambiare, sei pericolos@.
Appena chiedi dignità, sei incoerente.

Il vero dio davanti a cui ci spogliamo

Non è il desiderio.
Non è l’eros.
Non è la libertà.

È il consumismo.

 

Tutti chini.
Tutti affamati.
Tutti nudi davanti a un dio che non ama nessuno e non salva nessuno.

 

Il corpo diventa carburante.
L’intimità, moneta.
L’identità, sacrificabile.

 

E la cosa più crudele è che il sistema ti ringrazia mentre ti svuota.

Impariamo a saper Chiamare

 

Chiamare prostituzione ciò che è prostituzione non è moralismo.
È lucidità.

 

Il non giudizio vero non assolve il sistema e colpevolizza l’individuo.
Fa l’opposto: protegge le persone e smaschera i meccanismi.

 

Finché non saremo capaci di dire la verità senza lapidare,
continueremo a confondere libertà con adattamento
e potere con sopravvivenza ben narrata.

E questo, sì, è un tradimento collettivo.

Grazie di cuore a chi ha dedicato tempo e attenzione a queste parole.
Il tuo sguardo che accompagna questo viaggio di verità e trasformazione è il vero dono.
Se vuoi sostenere il mio cammino e permettermi di continuare a creare contenuti che scavano oltre il velo, puoi farlo su Buy Me a Coffee.
Ogni gesto di supporto è una luce nel buio, un passo verso la libertà condivisa.

Con gratitudine,
Ester

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